Nel corso del XVI secolo il Mediterraneo era uno spazio di guerra continua. L’Impero Ottomano e la monarchia spagnola si contendevano il controllo delle rotte e delle coste, e l’Italia meridionale — parte del Regno di Napoli — si trovava in posizione esposta. Le popolazioni costiere vivevano in un equilibrio precario: coltivavano, commerciavano e pescavano, ma allo stesso tempo osservavano ogni giorno l’orizzonte temendo la comparsa di vele nemiche. Le incursioni corsare non miravano tanto alla conquista dei territori quanto al bottino rapido: viveri, metalli preziosi e soprattutto persone, destinate alla schiavitù.
In questo contesto Cariati occupava un ruolo rilevante lungo la costa ionica calabrese. Era città cinta da mura, sede vescovile e centro agricolo attivo, dotata di un piccolo approdo e collegata all’entroterra. La presenza delle fortificazioni offriva protezione contro bande isolate, ma risultava insufficiente contro una flotta organizzata. Come molte città del Mezzogiorno, anche Cariati viveva quindi una sicurezza solo apparente.
Nell’estate del 1544 tale equilibrio si spezzò. Davanti alla costa comparve la flotta guidata da Hayreddin Barbarossa, ammiraglio ottomano e uno dei più celebri comandanti corsari del suo tempo. La spedizione faceva parte di una più ampia offensiva contro le coste italiane e seguiva una strategia ormai consolidata: colpire rapidamente, terrorizzare la popolazione, raccogliere bottino umano ed economico e riprendere il mare prima dell’arrivo di rinforzi.
Le navi si presentarono davanti al litorale e lo sbarco fu rapido. La popolazione cercò rifugio entro le mura mentre si organizzava una difesa d’emergenza. Tuttavia le fortificazioni, pensate per minacce minori, non poterono resistere a lungo. Gli assalitori riuscirono a entrare nella città e iniziò il saccheggio. Abitazioni devastate, edifici religiosi violati, beni sottratti: la violenza dell’azione mirava non solo al bottino ma anche a diffondere il terrore, affinché le comunità costiere rimanessero psicologicamente indebolite.
Il destino peggiore toccò a molti abitanti. Uomini, donne e giovani furono catturati e trascinati verso le navi. Nelle scorrerie barbaresche il vero valore economico era costituito proprio dai prigionieri, destinati ai mercati schiavili del Mediterraneo orientale e nordafricano o utilizzati come forza lavoro nei porti e nelle flotte. In poche ore la città perse una parte consistente della sua popolazione.
Quando la flotta riprese il largo, Cariati rimase segnata profondamente. Non si trattò di un’occupazione: l’obiettivo era stato colpire e partire, lasciando dietro di sé distruzione e paura. Per anni il territorio conobbe un calo demografico e una forte insicurezza. L’esperienza spinse le autorità a rafforzare la difesa costiera con torri di avvistamento e sistemi di segnalazione lungo il litorale, parte di una più ampia rete difensiva del Regno di Napoli contro le incursioni dal mare. Allo stesso tempo molte famiglie preferirono abitare più lontano dalla riva, cercando protezione nell’interno.
Il ricordo dell’evento rimase a lungo nella memoria collettiva locale. Il “passaggio dei Turchi”, tramandato per generazioni, divenne simbolo della vulnerabilità delle comunità costiere nel Mediterraneo del Cinquecento. Non un episodio isolato, ma uno dei tanti che segnarono la vita quotidiana delle popolazioni marinare, costrette a convivere con la guerra anche in tempo di pace.
Così la scorreria del 1544 non rappresentò soltanto un fatto militare, ma una frattura nella storia cittadina: un momento in cui la vita ordinaria venne improvvisamente travolta dalla grande storia del Mediterraneo e dalla lotta tra imperi, lasciando un segno duraturo nell’identità di Cariati.
CRONACA DELL’INVASIONE
La torre a mare nella zona di fiume Nikà è come sempre presidiata da una guarnigione che sorveglia giorno e notte, così da avvertire per tempo in caso di pericolo musulmano. Il comando di questo manipolo di uomini è affidato al Caporale torriere Michele De Mendoza. L’operosa gente di Cariati, mai tranquilla, lavora per l’ennesima ripresa della normalità aiutata dall’esenzione fiscale decretata dal Vice Ré del Regno di Napoli Conte d’Olivares; esenzione ottenuta dopo varie ambascerie a Napoli da parte di Scipione Spinelli Signore di Cariati. Ma in un caldo pomeriggio d’estate alcuni pescatori a bordo dei loro piccoli pescherecci, che timidamente si erano affacciati nel mare aperto, dovettero in tutta fretta lasciare i loro gozzi a riva e rifugiarsi proprio nella Torre a mare di fiume Nikà. Dietro di loro le galere Turche. Il Caporale torriere De Mendoza invia subito un cavallaio con il dispaccio al Governatore Giambattista Teutonico che ordina immediatamente di suonare le campane della chiesa madre. Ai primi rintocchi uno spavento si impadronisce della inerme popolazione cariatese che in questo momento si trova fuori dalle mura. I poveri contadini abbandonano le loro capanne in campagna, i loro orti, le greggi, le mandrie. Portano con sé qualche piccolo animale e qualche provvista e poi di corsa, senza voltarsi, cercano riparo nel borgo turrito. È trascorso un bel pezzo dal suono delle campane; tutti gli abitanti sono all’interno delle mura e con gli occhi al cielo a pregare, affinché questa minaccia si allontani da loro, perché se così non fosse sanno che non avranno scampo.
Anche la guarnigione della torre è rientrata accompagnando gli ultimi quattro marinai che provenivano da Nord venuti nel nostro mare a cercare miglior fortuna, ma costretti a rifugiarsi con le loro barche sulla spiaggia di Cariati. È quasi sera e sul litorale di Cariati si contano 140 galere turche, che solo a vederle i cariatesi preferirebbero essere già morti; ma non si può abbandonare la città, la casa, la terra. La milizia, agli ordini del governatore Teutonico, prende posizione sui territori in vista al mare. Gli uomini più coraggiosi danno una mano, si organizzano. Vecchi, donne e bambini si rifugiano nella cattedrale, dove insieme al vescovo Mons. Carnuto ed i Frati Minori, venuti dal convento fuori porta, si raccolgono in preghiera per allontanare la minaccia. Intanto i turchi sono ormai sotto le mura. Il capo, il famoso corsaro Kereddim Barbarossa sul suo cavallo nero prende posto, insieme ai suoi luogotenenti, sul colle al sud delle mura del palazzo del Principe. Da quel punto si domina il campo di battaglia, tenendo sotto osservazione quattro torroni e il ponte levatoio. Nel palazzo del Principe, dopo un breve consulto, il Governatore decide di collocare le milizie sulle mura che vanno dal torrione dell’Annunziata – ponte levatoio, al palazzo Spinelli. I volontari prendono posizione sul torrione Valle, Bastione Spinelli e torrione Travaglia. La città è assediata da più di mille pirati carichi di spietato eroismo, decisi ad ogni costo a conquistare nuovi spazi, nuovi tesori e nuovi schiavi da portare in Turchia. I nemici piazzano una bombarda di fronte alle mura che guardano il mare. Si accendono dei fuochi nelle vicinanze che serviranno poi ad accendere pietre da lanciare. Gli infedeli sono assiepati impazienti lungo la cinta muraria ed aspettano il comando, un cenno, un segnale per dare sfogo al loro odio. In un attimo di grande paura nella cattedrale il Priore, interrompendo il raccoglimento dei fedeli, lancia le parole del vangelo secondo Matteo: “Quando vedrete l’abominio della desolazione, stare nel luogo Santo … gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte”. L’anticristo era venuto a punire il popolo cristiano dei suoi molti peccati. Alle 20.00 arriva sul campo il furiere del Califfo e subito l’ondata musulmana si abbatte su cariati: ha inizio l’assalto. Al grido di Allah i barbari della prima fila con alte le scimittare correvano per avere l’onore ad irrompere per primi su un nemico che consideravano già vinto. Ai cariatesi il numero dei nemici appare strabocchevole e le scimitarre troppo fitte, un altro gruppo porta scale e funi per poter scalare le mura, mentre la seconda fila con la bombarda semina scompiglio sulle mura e all’interno del borgo. Intanto si prestano le cure ai primi feriti. Fra tutti si distingue Laura: una giovane donna piena di coraggio, che aiuta i feriti ad allontanarsi dal punto caldo della battaglia. I nostri respingono diversi attacchi. L’espugnazione di Cariati non sembra agevole e molti islamici sono fuori combattimento. Dopo una pausa Barbarossa cambia strategia, spostando l’attacco a nord-ovest dove la cinta è più sottile, più debole e quindi più facile da penetrare. È quasi l’alba e l’ombra della mezzaluna aleggia su Cariati Dopo una serie di colpi di bombarda la parete cede per un’ampiezza di 40 braccia. Ora il quadro è diverso, bisogna difendersi su due punti. Niente e nessuno sembra più in grado di arrestare la marea montante degli infedeli. I cariatesi, stremati, cedono e si danno alla fuga, così i giannizzeri del Barbarossa entrano in Cariati mettendo a morte a fil di spada chiunque opponesse resistenza. La città è saccheggiata e messa a fuoco. I superstiti si rimettono alla misericordia del vincitore, ma il tentativo è vano. I pirati portano con sé il Vescovo Mons. Carnuto e una donna giovane e bella: Laura..